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FAQ:
  29 agosto 2018
di Jimmy D
Jimmy D

LINEA 37

…IL BUS CHE PORTAVA IN DISCO

Bologna, 1991. ESTERNO SERA. FUORI DALLA DISCOTECA “EUFORIA”. ORE 20 CIRCA.

“oh raga!” dove andiamo a bere?”

“vecchio sono le 20 io devo rientrare a casa o mia madre mi fa il culo”

“dai oh…allora ci vediamo lunedì a scuola”.

“va bene. …Ma porti Mate o Chimica?”- non finì la frase che le porte meccaniche dell’autobus 37 gli si chiusero in faccia, mentre scorreva a strappi dalla prima alla seconda per riportare tutti i ragazzi mezzi ubriachi e fumati verso il centro città.

Quel giorno provai a convincere i miei genitori ad andare in discoteca con la vana promessa di andare meglio a scuola e per non farmi sentire fuori dal giro di tutti quei ragazzi”ni” che si recavano per la prima volta in discoteca.

Si usava andare in discoteca nel pomeriggio a 13/14 anni. I grandi ci andavano la sera. Noi “sbarbi” per sentirci più adulti ci andavano il sabato pomeriggio. Ci atteggiavamo da grandi.

Branchi di ragazzi e stormi di ragazze in motorino (per chi poteva permetterselo) che dal centro città si recavano ai piedi dei colli bolognesi dove era ubicata questa mitica realtà e per mia super fortuna a due passi da casa e anche indiscutibile scusa per non comprarmi il motorino. C’erano i primi incontri di tutto: Le primissime sigarette per darsi un tono da ribelle o da vissuto, il primo cocktail Angelo azzurro! Un nome un programma: di quel blu puffo dei cartoni animati che hai visto durante l’estate precedente o che ricorda il detergente per i vetri e che dopo due sorsi ti sparava in cielo…o a terra se non lo reggevi. Solitamente nessuno lo reggeva.

Le prime labbra da baciare al buio e nel fumo della discoteca, le prime ragazze che sculettano sui cubi. I primi seni fuori dai vestiti della giornata e dentro a quelli speciali per l’occasione. I profumi dolciastri da teenager. I primi sguardi fortemente maliziosi tra le pareti di un luogo neutrale che non fosse la scuola. In disco valeva tutto o quasi.

Possiedo ancora la Musicassetta che mi regalarono all’entrata e che davano ai primi 100!

Wow! Sono uno dei primi 100! Mi sentivo lusingato, come Pinocchio nel Paese dei Balocchi. Lucignolo mi aveva fatto credere che arrivando prima sarei stato un fico. Invece ero arrivato quando la discoteca era ancora vuota. Gli sfigati ci vanno quando è vuota. I fighi arrivano nel momento giusto, all’ora giusta, con le persone giuste e con tutta probabilità nel momento della musica giusta. Quella che va di moda.

Io, però, ero contento lo stesso. Sì , perché quando entrai c’era nell’aria una serie di pezzi di gruppi rock anni ’80 e ’90. Scoprii solo quando andai a casa, girando la cassetta dove si compilava la lista coi titoli delle tracce in sequenza, che all’inizio della compilation del DJ c’erano una cover dei Beatles, scritta da Paul Mc Cartney ed eseguita dalla graffiante voce di Axl Rose e un biondo e lacerante Kurt Cobain. Erano rispettivamente “Live and Let Die” e “Smells Like Teen Spirit”.

Ok, il mio pomeriggio era segnato per sempre. Quel tizio coi capelli rossi e lunghi e con la bandana lo adoravo già da qualche tempo, mentre quello biondo mi ricordava i miei due anni precedenti, quando indossavo le Reebook Pump ed andavo a scuola in skate. Avevo i capelli lunghi come lui, ma senza la barbetta incolta. Avevo a malapena 13 anni e i miei peli non usciranno dalla mia faccia non prima dei 20 anni. Stava cambiando qualcosa. Nel giro di 2 anni ero passato dalla moda dello skater a quella del fighettino col maglioncino cardigan e Polo Ralph Lauren a quella del rockettaro grunge. Non ci stavo capendo più niente. In fondo non ci ho mai capito nulla a dire la verità. Non ero me stesso, ero qualcun altro. Ero l’immagine di coloro che mi piacevano. Ero la copia della copia fatta male di coloro che erano fichi ai miei occhi o fichi agli occhi di quelli che reputavo fichi, o ancora peggio fichi agli occhi delle gnocche fiche che non mi consideravano di striscio. Cosa non si fa, per un limone!

Comunque sia, non mi disperavo. Mi sentivo inquieto e strano rispetto agli altri. Giusto uno come Cobain poteva scuotere in me il fastidio che un adolescente ha per natura negli anni che io definisco “gli anni del NO”. L’adolescenza.

Acne, apparecchio ai denti, scoliosi alla schiena, polluzioni notturne, giornaletti pseudo porno da nascondere, tabacco da sniffare, taglio di capelli alla cazzo di cane, scarpe alla moda portate fino allo scollamento della suola, voglia di evasione. Ma da cosa?

Ricordo che litigavo sempre coi miei genitori. Non andavo molto bene a scuola. A dirla tutta non ci andavo molto. Passavo più tempo al circolo del biliardo nascosto in uno di quei locali fumosi e sotterranei della città o in uno di quei parchetti isolati, seduto sulla sella di un motorino che sognavo di poter avere un giorno. A fare che? Nulla. A parlare della ragazza che mi piaceva, se ci riuscivo. Cercavo l’evasione dalla noia, annoiandomi.

Casa mia mi pareva una costrizione, un luogo dove non mi sentivo capito, ma solo castigato o l’ennesimo luogo dove sentirmi uno sfigato, ma era anche l’unico luogo dove potevo dormire sonni tranquilli, l’unico posto dove mia madre e mio padre nonostante tutto mi accoglievano senza troppi giri di parole. Non mi mancava nulla a casa. Mi hanno dato tutti i miei genitori e continuano a farlo. Io in cambio gli ho solo dato pensieri e preoccupazioni.

Minacciai i miei genitori già a 7 anni di scappare di casa.

“Vai, pure!”- rispose con fermezza mio padre senza alzare gli occhi dal piatto, nascosti dai suoi occhiali con montatura grossa- “ ma ricordati di non portati via nulla da qui. Non c’è nulla di tuo.”

In lacrime me ne andai, con fare ribelle, con quell’odio che puoi provare per qualunque essere umano inserito nel corpo di tuo padre, quello da cui speri di essere capito, invece no. È lui quello che ti esorta ad andartene manco con un sacchetto e bastone con due cose per sopravvivere. Uscito dal cancello di casa e con le urla di mia madre nelle orecchie che mi implorava di tornare, feci 50 metri. Mi sedetti sul muretto del parco antistante casa, sulla strada, fissai per qualche minuto l’asfalto, talvolta la riga di mezzeria o le strisce pedonali e partì.

Partì verso lo stesso cancello che avevo appena varcato 5 minuti prima. Mi resi conto di quanto fossi piccolo e senza nulla. Dove cavolo pensavo di andare senza niente e soprattutto senza sapere nulla al di fuori della porta di casa mia e con fuori un freddo becchino?

Ho passato i successivi 5 anni ad allenarmi alla sopravvivenza in luoghi ostili emulando un libro per l’addestramento dei Marines, ho imparato a memoria tutta la cartina geografica di Bologna, ho imparato a dormire per terra, a procurarmi oggetti utili nel caso un giorno fossi dovuto scappare nuovamente da casa. Oppure in caso di imminente guerra civile. Sì, nei primi anni ’90 non so perché tra i miei amici serpeggiava il bisogno di credere che sarebbe successa una cosa così tremenda. La guerra civile! Mah! Vai a capire cosa ci fosse dentro alle “Cicles” ( gomma da masticare) che rubavo dal fornaio. Vasco Rossi aveva già segnato l’epoca con “Siamo solo noi”.

I Guns, i Nirvana, i Soundgarden, gli Stone Temple Pilots, i Blur, gli Oasis dei fratelli Gallagher, i Queen, i Verve, i Suede, i Pearl jam di Vedder sono alcune delle band che hanno fatto da colonna sonora ad una ribellione “infante-adolescenziale” di un ragazzino come me che non sapeva nulla di nulla di tutto quello che lo circondava. Manco della storia di quell’autobus n. 37 che negli anni ’90 a Bologna traghettava centinaia di ragazzini che volevano sfuggire ad una realtà benestante e sentirsi eversivi ai dogmi di famiglie e della scuola che stentavano a comprendere. In realtà i miei genitori mi avevano capito benissimo. Ero io a non sentirmi compreso. Io stentavo ad uscire fuori dal guscio con tutte le mie debolezze e fragilità e provavo a mettermi in discussione attraverso quelle cose che ognuno di noi “sbarbi degli anni ‘90” cercavamo in queste situazioni.

Un decennio prima, esattamente il 2 agosto 1980, la linea 37 fu uno degli autobus più utilizzati per trasportare decine di feriti e mutilati a causa dello scoppio di una bomba che macellò per sempre 85 persone e sventrò l’anima di altrettante famiglie e conoscenti, senza escludere le migliaia di persone che per spirito umano cominciarono fin da subito ad aiutare i superstiti ad uscire dalle macerie di quella indescrivibile situazione “aliena”.

Uno dei tanti giovani coinvolti in questa strage non era ancora maggiorenne. Era un giovanissimo con “la smania di armarsi” come tutti quelli che facevano parte di gruppi politici o fazioni con ideali estremisti, di destra o di sinistra che fossero, come lui stesso dichiarerà in sede di tribunale. L’importante era ribellarsi ad un sistema precostituito, ad una falsa etica sociale o familiare che ritenevano non idonea, forse ingiusta. Ad una politica che dimostrò, allora come oggi, di essere collusa e silente quando serve. Siamo tutti vittime e carnefici di una cultura che ci rende schiavi di una tritacarne e che quando ti va fatta bene non sei vittima fisica di un attentato così efferato.

Ai funerali, un commosso Sandro Pertini, fu l’unico a ricevere applausi da parte della piazza presente ai piedi della Basilica di San Petronio. Lui era giunto con un elicottero a Bologna alle 17:30 del giorno della strage, che in lacrime affermò di fronte ai giornalisti: «Non ho parole, siamo di fronte all'impresa più criminale che sia avvenuta in Italia».

 Vuoi o non vuoi, una cosa del genere, ti si attacca addosso. Ancora oggi i Bolognesi deglutiscono dinnanzi al ricordo di un evento del genere.

Mio padre era a lavorare quel giorno, in Ospedale, a ricevere tutte quelle persone che sulla linea 37 rischiavano di morire o di rimanere mutilate per il resto della loro vita.

Ed io che volevo scappare di casa…invece dovrei solo ringraziarlo, mio padre. Per ogni cosa. Anche di quella esortazione ad andarmene con le mie gambe lasciando tutto, perché davvero non avevo niente di mio. Ero un bambino di 7 anni con la rabbia in corpo. Certo non è stato facile digerirlo, ma era come la medicina dal sapore amaro o la supposta. Alla fine mi ha guarito e non me sono accorto.

Non ho mai saputo nulla fino a che non sono uscito dal bozzolo di una crisalide protetta dai miei genitori, dallo stesso padre che mi esortò ad andarmene coi miei lamenti e che ben 10 anni prima fu testimone e complice della salvaguardia di tante persone ferite fisicamente e morte dentro a causa della cecità, del vuoto e della cattiveria di molti che decisero di porre fine, in modo disastroso, alle idee che non gli andavano a genio, senza porsi altre domande che non fossero: perché non distruggiamo tutto?

Cosa hanno risolto? Nulla. Hanno passato e passano tutt’ora la loro vita nel vuoto delle loro esistenze. Come fantasmi, forse fieri di ciò hanno fatto, forse pentiti…chi lo sa?

Come tutti quei politici, quei corrotti che per un pugno di soldi o potere o per un’ideale che fa impallidire (forse) gruppi estremisti come l’ISIS, hanno dato vita alla rabbia nei loro confronti. Hanno alimentato la paura.

 I parenti delle vittime invece hanno insegnato a tutti noi a reagire, a coltivare il senso di collaborazione, il senso di altruismo, a combattere con la forza di volontà il lato oscuro dell’animo umano, con un’arma molto più potente e invisibile al cuore dei furiosi e degli stupidi: l’amore per la vita ed il senso di giustizia. Il paradosso di tutto questo è che devo quasi ringraziare questi atti vili e folli. Cosa ci spinge a non coltivare in modo del tutto naturale questo senso umanitario?

La morte di 85 persone che volevano andare o tornare dalle vacanze, quel 2 agosto 1980, alle ore 10:25 rimane nella memoria. Deve rimanere nella memoria. Di tutti coloro che oggi vanno alla stazione Centrale di Bologna. Perché Bologna non dimentica. L’Italia non deve dimenticare, perché “quelli lì” non devo più tornare.

« I terroristi hanno commesso un solo errore: compiere la strage a Bologna. »

(Lidia Secci, madre di una delle vittime)


LINEA 37

Nirvana - All Apologies (MTV Unplugged)

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